Le grandi opere dell'artista Andrea Palladio raccontate dagli alunni della 4F del Liceo "Girolamo Fracastoro" di Verona.
venerdì 5 giugno 2009
Biografia
Andrea di Pietro della Gondola, detto Andrea Palladio
Andrea di Pietro della Gondola nacque a Padova il 30 novembre 1508. Figlio di un mugnaio, si trasferì giovanissimo a Vicenza lavorando come lapicida nella bottega di Giovanni da Pedemuro. Il letterato Giangiorgio Trissino lo impegnò nella costruzione della propria villa a Cricoli e lo introdusse nei circoli culturali veneti con il nome di Palladio. La sua formazione artistica si basa soprattutto sulle opere di G.Falconetto, di M.Sanmicheli, di J.Sansovino, di G. Romano, oltre che sul trattato di Sebastiano Serlio. Insieme al Trissino compie dei viaggi a Roma che gli permisero di studiare a fondo i monumenti antichi e di conoscere la produzione dei grandi architetti attivi a Roma nel Cinquecento. Nel 1549 il Consiglio dei Cento di Vicenza gli affidò la ricostruzione del Palazzo della Ragione , la "Basilica" che venne completata nel 1614 e che chiude il vecchio edificio gotico in un involucro classicheggiante il cui motivo dominante è la reiterazione della “serliana”. Dopo la morte del Trissino, avvenuta nel 1550, Palladio si accostò al dotto prelato veneziano Daniele Barbaro, per il quale eseguì le illustrazioni di un’edizione del De Architectura di Vitruvio (1556) e per il quale compilò il volume L’antichità di Roma che ebbe molto successo. Gli vennero affidate numerose commissioni e nel 1570 divenne architetto ufficiale della Serenissima, pubblicando, nello stesso anno, I quattro libri dell'architettura, in cui prende in esame i fondamenti teorici, gli edifici privati, la costruzione della città e i templi. Palladio, pur desumendo dallo studio diretto dei monumenti antichi gli elementi morfologici classici, li reinterpreta in un linguaggio architetettonico nuovo sia a Vicenza (Palazzo Chiericati, Palazzo Valmarana, l’incompiuta Loggia del Capitanio) sia nelle ville dell’entroterra veneto dove il patriziato veneziano consolida il proprio patrimonio con la rendita fondiaria. Nascono così Villa Almerico-Capra (la “Rotonda”) vicino a Vicenza, Villa Pisani a Montagnana, Villa Foscari (la “Malcontenta”) presso Mira, Villa Barbaro a Maser, Villa Emo Capodilista a Fonzolo. Oltre che nelle campagne e nella città di Vicenza, di cui rinnovò il volto monumentale, Palladio fu attivo anche a Venezia, dove realizzò le grandi chiese di S.Giorgio Maggiore (1566) e del Redentore (1577-92). La sua ultima impresa fu il Teatro Olimpico iniziato per l’Accademia Olimpica (1579-80), ma non riuscì a portarla a termine a causa della sua morte nell'agosto del 1580 a Maser, Treviso.
Villa Pojana

Progettata da Palladio nel 1546 per la famiglia Pojana, questa villa si trova in provincia di Vicenza a Pojana Maggiore.
Di antichissima nobiltà, i Pojana fin dal Medioevo furono veri signori del luogo e successivamente vennero infeudati dalla Serenissima del territorio di Pojana "cum omnibus juribus et juridictionibus ad castellarium spectantibus".
L'edificio è specchio della committenza di origine militare, legata all'arte della guerra, anche se in parte convertitasi all'attività agricola, tanto che il "cavalier" Bonifacio Pojana richiese al Palladio una villa che nella sua composta eleganza rievocasse la sobrietà e l'austerità della vita militare. Per altro, nell’area dove è sorta la villa esisteva già una corte quattrocentesca dominata da una torre, dove campeggia tuttora l’insegna familiare.
Palladio progetta la villa sul finire degli anni quaranta, ma il cantiere procede a rilento e in ogni caso i lavori sono terminati entro il 1563, quando è compiuta la decorazione interna eseguita per mano dei pittori Bernardino India e Anselmo Canera e dello scultore Bartolomeo Ridolfi.
Nei libri sull'architettura e nei disegni autografi palladiani, la villa viene sempre trattata come parte di un globale progetto di riorganizzazione e regolarizzazione dell’area attorno ad ampi cortili. Di tale progetto tuttavia è stata costruita solamente la lunga barchessa a sinistra della villa, con capitelli dorici ma intercolumni tuscanici. Il complesso è completato nel Seicento, quando i discendenti di Bonifacio adattano l’edificio al loro gusto e alle loro necessità, con l’addizione di un corpo edilizio sulla destra della villa che ne riprende le modanature delle finestre.
Disposta lontana dalla strada, all’interno di una profonda corte, e fiancheggiata da giardini, la villa si innalza su un basamento destinato agli ambienti di servizio. Il piano principale è dominato da una grande sala rettangolare con volta a botte, ai cui lati si distribuiscono simmetricamente le sale minori coperte con volte sempre diverse. Evidentemente la fonte di ispirazione palladiana sono gli ambienti termali antichi, scoperti durante il suo viaggio a Roma, anche per gli alzati: il cornicione, che in facciata disegna una sorta di timpano interrotto deriva dal recinto esterno delle terme di Diocleziano a Roma, così come la serliana, che pure risente di sperimentazioni bramantesche nella configurazione a doppia ghiera con cinque tondi.
Più in generale sembra che Palladio ricerchi la logica per così dire utilitaria dell’architettura termale antica, con un linguaggio straordinariamente sintetizzato nelle forme e astratto, quasi metafisico. In questa villa Andrea Palladio rinuncia quasi totalmente ai particolari decorativi: la facciata non è articolata in un loggiato o in un pronao sporgente, ma è chiusa, crea una architettura sobria, misurata, di grande armonia. Privo di
capitelli e trabeazioni, l’ordine architettonico è appena accennato nell’articolazione essenziale delle basi dei pilastri. L’assenza di ordini e di parti in pietra lavorata (se non nei portali della loggia) deve avere assicurato una globale economicità nella realizzazione dell’opera, confermata dall’uso del mattone intonacato e del cotto sagomato, sul quale il recente restauro ha trovato traccia di policromie.
Anche negli interni si riprendono tematiche legate all'arte della guerra attraverso le decorazioni.
Di antichissima nobiltà, i Pojana fin dal Medioevo furono veri signori del luogo e successivamente vennero infeudati dalla Serenissima del territorio di Pojana "cum omnibus juribus et juridictionibus ad castellarium spectantibus".
L'edificio è specchio della committenza di origine militare, legata all'arte della guerra, anche se in parte convertitasi all'attività agricola, tanto che il "cavalier" Bonifacio Pojana richiese al Palladio una villa che nella sua composta eleganza rievocasse la sobrietà e l'austerità della vita militare. Per altro, nell’area dove è sorta la villa esisteva già una corte quattrocentesca dominata da una torre, dove campeggia tuttora l’insegna familiare.
Palladio progetta la villa sul finire degli anni quaranta, ma il cantiere procede a rilento e in ogni caso i lavori sono terminati entro il 1563, quando è compiuta la decorazione interna eseguita per mano dei pittori Bernardino India e Anselmo Canera e dello scultore Bartolomeo Ridolfi.
Nei libri sull'architettura e nei disegni autografi palladiani, la villa viene sempre trattata come parte di un globale progetto di riorganizzazione e regolarizzazione dell’area attorno ad ampi cortili. Di tale progetto tuttavia è stata costruita solamente la lunga barchessa a sinistra della villa, con capitelli dorici ma intercolumni tuscanici. Il complesso è completato nel Seicento, quando i discendenti di Bonifacio adattano l’edificio al loro gusto e alle loro necessità, con l’addizione di un corpo edilizio sulla destra della villa che ne riprende le modanature delle finestre.
Disposta lontana dalla strada, all’interno di una profonda corte, e fiancheggiata da giardini, la villa si innalza su un basamento destinato agli ambienti di servizio. Il piano principale è dominato da una grande sala rettangolare con volta a botte, ai cui lati si distribuiscono simmetricamente le sale minori coperte con volte sempre diverse. Evidentemente la fonte di ispirazione palladiana sono gli ambienti termali antichi, scoperti durante il suo viaggio a Roma, anche per gli alzati: il cornicione, che in facciata disegna una sorta di timpano interrotto deriva dal recinto esterno delle terme di Diocleziano a Roma, così come la serliana, che pure risente di sperimentazioni bramantesche nella configurazione a doppia ghiera con cinque tondi.
Più in generale sembra che Palladio ricerchi la logica per così dire utilitaria dell’architettura termale antica, con un linguaggio straordinariamente sintetizzato nelle forme e astratto, quasi metafisico. In questa villa Andrea Palladio rinuncia quasi totalmente ai particolari decorativi: la facciata non è articolata in un loggiato o in un pronao sporgente, ma è chiusa, crea una architettura sobria, misurata, di grande armonia. Privo di
capitelli e trabeazioni, l’ordine architettonico è appena accennato nell’articolazione essenziale delle basi dei pilastri. L’assenza di ordini e di parti in pietra lavorata (se non nei portali della loggia) deve avere assicurato una globale economicità nella realizzazione dell’opera, confermata dall’uso del mattone intonacato e del cotto sagomato, sul quale il recente restauro ha trovato traccia di policromie.Anche negli interni si riprendono tematiche legate all'arte della guerra attraverso le decorazioni.
Villa Almerico Capra "la Rotonda"

Questa villa veneta nasce a ridosso di Vicenza su commissione del conte Paolo Almerico.
La costruzione, iniziata nel 1566 circa, consiste di un edificio quadrato, completamente simmetrico ed inscrittibile in un cerchio perfetto. Descrivere la villa come "rotonda" è tuttavia tecnicamente scorretto, dato che la pianta dell'edificio non è circolare ma rappresenta piuttosto l'intersezione di un quadrato con una croce greca. Ognuna delle quattro facciate era dotata di un avancorpo con una loggia che si poteva raggiungere salendo una gradinata; ciascuno dei quattro ingressi principali conduceva, attraverso un breve vestibolo o corridoio, alla sala centrale sormontata da una cupola. L'aula centrale e tutte le altre stanze erano proporzionate con precisione matematica in base alle regole proprie dell'architettura di Palladio che egli elaborò nei suoi Quattro libri. Proprio la sala centrale rotonda è il centro della composizione, alla quale il Palladio imprime slancio centrifugo allargandola verso l'esterno, nei quattro pronai ionici e nelle scalinate. La villa risulta così un'architettura aperta, che guarda la città e la campagna.
Per consentire ad ogni stanza un'analoga esposizione al sole, la pianta fu ruotata di 45 gradi rispetto ai punti cardinali. Ognuna delle quattro logge presentava un pronao con il frontone ornato di statue di divinità dell'antichità classica. Ognuno dei frontoni era sorretto da sei colonne ioniche (esastilo io
nico). Ogni loggia era fiancheggiata da una singola finestra. Tutte le stanze principali erano poste sul piano nobile.
Con l'uso della cupola, applicata per la prima volta ad un edificio di abitazione, Palladio affronta il tema della pianta centrale, riservata fino a quel momento all'architettura religiosa.
Per consentire ad ogni stanza un'analoga esposizione al sole, la pianta fu ruotata di 45 gradi rispetto ai punti cardinali. Ognuna delle quattro logge presentava un pronao con il frontone ornato di statue di divinità dell'antichità classica. Ognuno dei frontoni era sorretto da sei colonne ioniche (esastilo io
nico). Ogni loggia era fiancheggiata da una singola finestra. Tutte le stanze principali erano poste sul piano nobile.Con l'uso della cupola, applicata per la prima volta ad un edificio di abitazione, Palladio affronta il tema della pianta centrale, riservata fino a quel momento all'architettura religiosa.
Né Palladio, né il proprietario Paolo Almerico videro il completamento dell'edificio, malgrado questo fosse già abitabile nel 1569. Vincenzo Scamozzi, fu assunto dai proprietari per sovrintendere ai lavori di completamento, che ebbero luogo nel 1585, limitatamente al corpo principale, con la costruzione della cupola, sormontata dalla lanterna.
Palladio intendeva coprire la sala centrale con una volta semisferica, ma Scamozzi progettò una volta più bassa con un oculo (che doveva essere a cielo aperto) ispirandosi al Pantheon e apportò altre limitate modifiche al progetto, come il taglio alla scalinata che permetteva un accesso diretto dall'esterno ai locali di servizio posti al pianterreno. La scalinata fu modificata nel XVIII secolo da Ottavio Bertotti Scamozzi che la riportò alla forma originale e il piano attico venne suddiviso in stanze.
Alla morte del committente Almerico, nel 1589, la villa finì in eredità al figlio naturale Virginio Bartolomeo il quale, a causa della disastrosa gestione economica, fu costretto a venderla due anni dopo, nel 1591, ai fratelli
Odorico e Mario Capra. Furono i Capra a portare infine a termine il cantiere trent'anni dopo, nel 1620, con la decorazione interna ad affresco. Lo Scamozzi aggiunse gli annessi rustici esterni (la barchessa, staccata dal corpo principale) per le funzioni agricole, non previste nel progetto originario. Al complesso fu aggiunta infine la cappella gentilizia, costruita da Girolamo Albanese per volontà del conte Marzio Capra tra il 1645 ed il 1663.
Palladio intendeva coprire la sala centrale con una volta semisferica, ma Scamozzi progettò una volta più bassa con un oculo (che doveva essere a cielo aperto) ispirandosi al Pantheon e apportò altre limitate modifiche al progetto, come il taglio alla scalinata che permetteva un accesso diretto dall'esterno ai locali di servizio posti al pianterreno. La scalinata fu modificata nel XVIII secolo da Ottavio Bertotti Scamozzi che la riportò alla forma originale e il piano attico venne suddiviso in stanze.
Alla morte del committente Almerico, nel 1589, la villa finì in eredità al figlio naturale Virginio Bartolomeo il quale, a causa della disastrosa gestione economica, fu costretto a venderla due anni dopo, nel 1591, ai fratelli
Odorico e Mario Capra. Furono i Capra a portare infine a termine il cantiere trent'anni dopo, nel 1620, con la decorazione interna ad affresco. Lo Scamozzi aggiunse gli annessi rustici esterni (la barchessa, staccata dal corpo principale) per le funzioni agricole, non previste nel progetto originario. Al complesso fu aggiunta infine la cappella gentilizia, costruita da Girolamo Albanese per volontà del conte Marzio Capra tra il 1645 ed il 1663.Chiesa del Redentore
Nell’estate del 1575 scoppia a Venezia una terribile epidemia di peste che in due anni provocherà 50.000 morti, quasi un veneziano su tre. Nel settembre del 1576, quando il male sembra invincibile dagli sforzi umani, il Senato chiede l’aiuto divino facendo voto di realizzare una nuova chiesa intitolata al Redentore. Scegliendo rapidamente fra diverse opzioni circa forma, localizzazione e progettista cui affidare la costruzione, nel maggio del 1577 si pone la prima pietra del progetto di Andrea Palladio. Il 20 luglio successivo si festeggia la fine della peste con una processione che raggiunge la chiesa attraverso un ponte di barche, dando inizio a una tradizione che dura ancora oggi.
La chiesa è destinata ai Padri Cappuccini, che ne determinano sia l’impianto planimetrico secondo il modello dei Francescani osservanti sia la scelta, in ossequio alla loro Regola di povertà, di rifuggire l’uso di marmi e di materiali pregiati, preferendo mattoni e cotto anche per la realizzazione dei bellissimi capitelli all’interno della chiesa. Nel rispetto della griglia funzionale dei Cappuccini, per la definizione della planimetria Palladio riflette a fondo sulle strutture termali antiche come fonte delle sequenze di spazi che si susseguono armonicamente una dopo l’altra. E' infatti possibile ritrovare molti elementi che caratterizzano la pianta in un rilievo delle terme di Agrippa.
La pianta deriva infatti dall’armonica composizione di quattro cellule spaziali perfettamente definite e diverse fra loro: il rettangolo della navata, le cappelle laterali che riprendono la forma a nartece, la cella tricora composta dalle due absidi e dal filtro di colonne curve, il coro. Il risultato è frutto di una consumata capacità compositiva e di una particolare sensibilità per gli effetti scenografici.
L'edificio ha pianta rettangolare, con un singolare quanto splendido transetto costituito da tre absidi comunicanti con la grande cupola centrale. Dall'intersecazione di essi partono due sottili campanili cilindrici, con tetto a cono, simili a minareti.
La facciata in marmo bianco è uno dei più mirabili esempi di ispirazione neoclassica che tanto resero famoso il Palladio: quattro timpani triangolari e uno rettangolare si intersecano tra loro, in un contrapporsi di superfici lisce, di lesene e di lunette con statue, ostentando stabilità e rigore classico.
L'interno è a navata unica, con imponenti e decorate cappelle laterali. Grande importanza ha la luce, come in tutte le opere palladiane, vera protagonista dell'interno, che valorizza volumi e decorazioni.
La chiesa è destinata ai Padri Cappuccini, che ne determinano sia l’impianto planimetrico secondo il modello dei Francescani osservanti sia la scelta, in ossequio alla loro Regola di povertà, di rifuggire l’uso di marmi e di materiali pregiati, preferendo mattoni e cotto anche per la realizzazione dei bellissimi capitelli all’interno della chiesa. Nel rispetto della griglia funzionale dei Cappuccini, per la definizione della planimetria Palladio riflette a fondo sulle strutture termali antiche come fonte delle sequenze di spazi che si susseguono armonicamente una dopo l’altra. E' infatti possibile ritrovare molti elementi che caratterizzano la pianta in un rilievo delle terme di Agrippa.
La pianta deriva infatti dall’armonica composizione di quattro cellule spaziali perfettamente definite e diverse fra loro: il rettangolo della navata, le cappelle laterali che riprendono la forma a nartece, la cella tricora composta dalle due absidi e dal filtro di colonne curve, il coro. Il risultato è frutto di una consumata capacità compositiva e di una particolare sensibilità per gli effetti scenografici. L'edificio ha pianta rettangolare, con un singolare quanto splendido transetto costituito da tre absidi comunicanti con la grande cupola centrale. Dall'intersecazione di essi partono due sottili campanili cilindrici, con tetto a cono, simili a minareti.
La facciata in marmo bianco è uno dei più mirabili esempi di ispirazione neoclassica che tanto resero famoso il Palladio: quattro timpani triangolari e uno rettangolare si intersecano tra loro, in un contrapporsi di superfici lisce, di lesene e di lunette con statue, ostentando stabilità e rigore classico.
L'interno è a navata unica, con imponenti e decorate cappelle laterali. Grande importanza ha la luce, come in tutte le opere palladiane, vera protagonista dell'interno, che valorizza volumi e decorazioni.
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